Il necessario bisogno di individuare e superare la vera crisi

John-Anderson Vibert

(Article publié sur VOMICAG en 2014)

La parola crisi, nell’odierna realtà globale, trova sempre più voce nella vita di chi ha voce e di chi non ne ha. Come mai? Forse perché, secondo diverse radiografie della salute socio-economica del mondo, sia i grandi che i piccoli,  ne soffrono. Si! La cosiddetta crisi economica colpisce tutti. Dai più piccoli ai più grandi, dai più deboli ai più forti delle nostre società, dai migranti agli autoctoni tanto nei paesi considerati di Nord quanto in quelli considerati di Sud. Ciò non è, in nessun modo e sotto nessun aspetto, un fenomeno che viene dal nulla, bensì il sorprendente risultato, addirittura parziale, del processo d’interdipendenza degli Stati, generato dalla globalizzazione politico-economica. 

In questo senso non viene questionata decisamente la globalizzazione come tale, nella sua accezione attiva. Cioè, il globalizzare non è il problema.  Ma cosa si globalizza e, quindi, va globalizzato? Perché e come? Come si vede qui, la questione di fondo è esplicitamente il contenuto caratterizzato della globalizzazione, la sua accezione passiva.

Il bene globalizzato fa bene alla gente e porta a un bene grande. Ma, e se si trattasse del contrario? Che dire e cosa fare?

Ora, se ci soffermiamo un attimo sull’ “essere globalizzato” e non decisamente sul “globalizzare”, si deve vedere e capire che il primo ci porta all’uomo stesso di oggi, frammentato da certi aspetti e nuovi paradigmi culturali. Ecco, stiamo parlando proprio dell’uomo moderno il cui linguaggio cambia costantemente: l’amico del progresso spesso senza sé stesso e, per di più, nemico di ogni principio assoluto perché sposato con il relativismo.

Certo, si deve credere nella crescita, però quella del bene per il benessere di tutti e non il contrario. Perciò, riteniamo importanti e lodevoli i beni prodotti dalla rivoluzione industriale. Anzi, anche oggi ne constatiamo i valori nel quadro delle grandi scoperte scientifiche, mediche, tecnologiche, meccaniche, … ecc. Quindi, valori utili alla società globale e al suo sviluppo. Valori che confermano la bontà di tante tappe superate già dall’ uomo, nella sua storia come pellegrino, in un mondo fatto di tante strade contraddittorie: Il passaggio dall’homo erectus  all’homo faber  e da esso all’homo sapiens, per giungere quindi alla tappa sapiens sapiens ne è una testimonianza fondamentale dal punto di vista storico.

Va ammirata la dinamicità intelligente dell’uomo, quale caratteristica fondamentale che lo spinge a fare sempre la differenzia. Grazie ad essa, cammina con un sorprendente desiderio di andare sempre più avanti. Però c’è anche il rischio di andare così veloce al nulla; se non sa da dove viene e dove va. Ecco per cui bisogna riconoscere che la dinamicità umana ha una sorgente creatrice assoluta, un bene eterno, altrettanto più potente dei beni che l’uomo cerca di fare oggi. Se andiamo avanti alla luce di essa, incarneremo senz’altro nel mondo il suo linguaggio, che è il bene creatore per tutti. Se, invece, vogliamo progressi al di fuori del nostro principio creatore, cresceremo senz’altro, però al di fuori della nostra natura umana e, quindi, tale crescita non sarà umanizzante e perciò non durevole.

Alla luce di tutto quanto sopradetto, vale a dire che la crisi che colpisce così duro il mondo e nei confronti della quale gli Stati colpiti ci metteranno ancora tempo per ricominciare a crescere, è una delle crisi generate dal divorzio dell’uomo con se stesso e di conseguenza con Dio.

Quale è la vera crisi? È quella di cui parlano tanti politici ed economisti in chiave socio-economica? No, questi ultimi parlano di una crisi tra tante non ancora viste. La vera crisi è il divorzio dell’uomo con la sua sorgente naturale e, di conseguenza,  con la sua identità e la sua storia. Si tratta innanzitutto di una crisi antropologico-sociologica. Rompo il rapporto con l’uomo vero e con il suo habitat; così divento egoista confondendo l’essere con l’avere e viceversa. Essi ci devono essere, non si escludono e di fatto producono grandi beni durevoli, quando vengono equilibrati nella vita di una società.

Questo divorzio disumano è la crisi vera. Purtroppo sono pochi quelli che graziosamente la individuano. Sarà essa riconosciuta un giorno da tanti? Ciò richiederebbe una grande metanoia, in tutti i sensi; cioè dalle persone alle istituzioni. Così anche si risolverebbe automaticamente la cosiddetta crisi economica, già individuata invece da quasi tutti. Solo perché ha fermato l’uomo nella sua fragile corsa verso i progressi, come quando si aggiunge acqua fredda in una acqua che sta bollendo.  Rincomincerà il mondo ad andare veloce? Sì, tanti paesi ci si stanno preparando. Però cammineranno bene, da una prospettiva di crescita durevole, se individuata e superata la crisi vera nelle loro istituzioni. A tale scopo, la porta d’uscita non può che essere quella di comunione tra gli uomini e di interdisciplinarietà efficiente tra le discipline: cioè il nesso tra la scienza e la coscienza, tra la tecnica e l’etica, tra la fede e la ragione, tra la tradizione e la modernità, va promosso concretamente per la costruzione di un mondo più umano. Un mondo dove l’uomo possa impegnarsi, con una maggiore consapevolezza, nella costruzione e lo sviluppo del bene comune. A ciò la nostra comune umanità tende naturalmente. Se sentita dall’uomo moderno ci porterà unità, pace, giustizia, quindi il vero “amore umano anti-crisi”.