
John-Anderson VIBERT
(Articolo pubblicato sul periodico della Missione Cattolica Italiana di Ginevra: “PRESENZA ITALIANA” Anno XLI. No 3 Maggio-Giugno 2018)
L‘essere umano, nel suo sapere fare e l’esercizio dei suoi diritti e doveri, ha l’opportunità di crescere bene, conoscersi, riconoscersi, conoscere e riconoscere l’altro alla luce di una struttura creatrice che gli è naturale: Perché “creato ad immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1,26). Ciò gli dà una facoltà speciale ed unica, quella di essere ed agire nel quadro della « creazione continua » come co-creatore di ciò che è buono, vero e bello (lex naturalis). Ecco a fortiori la vocazione fondamentale di ogni uomo: la vocazione ad un’esistenza creatrice. Cioè la prima chiamata a cui egli deve rispondere costantemente in una coesistenza responsabile, il cui cuore è la pratica consapevole del vero amore, sorgente della pace e della giustizia di cui il nostro mondo ha sete.
Colui che è mosso dall’amore, quale forza interiore, è consapevole di esistere per e con gli altri. Questa coscienza umana ed umanizzante deve essere al servizio del bene comune, il bene dell’altro e degli altri. Deve soprattutto favorire l’emancipazione “dell’amicizia civile”[1] e il riconoscimento della vita come la nostra principale missione. Ma purtroppo tale coscienza è inesistente nella maggior parte delle scelte, decisioni ed azioni disumanizzanti dell’uomo postmoderno, amico del progresso spesso senza sé stesso e, per di più, nemico di ogni principio assoluto, perché sposato con il relativismo.
L’egoismo sociale e politico ci sta portando sempre più al divorzio con la nostra comune umanità e di conseguenza con il nostro habitat. Così non usiamo bene i nostri occhi e la nostra mente per vedere e capire il bene da fare; usiamo spesso i nostri cuori per odiarci piuttosto che amarci. Tutto ciò porta al caos, all’uso delle nostre mani per distruggere ponti tra di noi. Da qui l’esistenza della guerra, la miseria, la povertà, le migrazioni forzate, la schiavitù e gli sfruttamenti nel mondo odierno.
Oggi è più che mai necessario riconoscere che le nostre comunità piccole e/o allargate hanno una grande sete di uomini corresponsabili “zoon politikon”[2] impegnati nella costruzione di un futuro migliore nella pace e la giustizia. I principi democratici nel quadro strutturale e funzionale dello stato di diritto non hanno ancora raggiunto un livello consistente in alcuni paesi, dove non vengono garantiti i diritti umani fondamentali inerenti a ciascuna persona. Tutto ciò e le sfide geopolitiche attuali, legate alle drammatiche conseguenze della guerra e delle migrazioni forzate, questionano seriamente la visione del progresso dell’uomo postmoderno e la finalità del suo saper-fare.
La sofferenza dell’altro (il mio vicino, lo straniero, il rifugiato) non deve essere in alcun modo la base della mia felicità superficiale e dei miei valori volatili. Oggi i rifugiati, vittime particolarmente dei conflitti armati in Medio Oriente ed Africa, hanno bisogno di essere accolti e riconosciuti. Alcuni bussano ogni giorno alla porta dell’Europa (a Lampedusa), altri non ci arrivano, muoiono durante il loro viaggio infernale.
Fuggiti dalla guerra, dal terrore e dall’ingiustizia, queste persone vulnerabili e traumatizzate non bussano soltanto alle porte di una città. No! La realtà è molto più complessa e di fatto troppo ignorata e/o manipolata da alcuni. Bussano alla porta del cuore dell’uomo che scegliamo di essere; bussano alle porte delle istituzioni della Comunità Internazionale e, in particolare, a quelle dei governi europei. Il loro volto sofferente dovrebbe colpire la coscienza dei cittadini dei paesi di accoglienza e quella dei cittadini dei paesi di partenza al fine di rivalorizzare la nostra comune umanità e metterla al centro dei meccanismi di risposta alle crescenti sfide delle migrazioni forzate (Push factors). Chi ha sofferto il caos nel suo paese e sopravvissuto alla guerra e/o al naufragio deve vivere ed integrarsi nella società del paese che lo accoglie. Questo è il minimo che uno stato di diritto può offrirgli. Da qui la necessità di ascoltare la voce della nostra coscienza nel nostro comportamento condizionato verso i rifugiati. Devono essere riconosciuti ed accolti per diventare soggetti attivi della costruzione di una nuova società: una società integrata, dove l’altro, il migrante, il rifugiato viene trattato non come un nemico, bensì come un fratello ed un amico[3].
[1] Cfr. J. M. Cooper, «Aristotle on the Forms of Friendship», in The Review of Metaphysics 30 (1977), 645-648.
[2] Cfr. R. Maurizio, La società come ordine. Storia e teoria politica dei concetti sociali, Eum, Macerata 2010.
[3] Cfr. A. Negrini, «Religione, mutamenti epocali e sfide dell’intercultura», in People on the Move 88-89 (2002), 229. Cfr. G. Grampa, «L’altro è mio fratello», in Orientamenti 1-2 (1991), 95-106.
