
John-Anderson VIBERT
(Articolo pubblicato sul periodico della Missione Cattolica Italiana di Ginevra: “PRESENZZA ITALIANA” Anno XL. No 1 Gennaio-Febbraio 2017)
Il fenomeno della mobilità umana, nel suo svolgimento strutturale e sempre più coinvolgente, costituisce più che mai una delle preoccupazioni e priorità socio-pastorali della Chiesa. La crisi dei nostri fratelli e sorelle migranti colpisce e sfida ogni sfera della società. Ormai non coinvolge solamente uomini e donne in cerca di una vita dignitosa altrove, bensì anziani e addirittura fanciulli, quale gruppo di persone molto vulnerabili, costrette ad abbandonare involontariamente e disumanamente la loro terra, famiglia e casa.
Di fronte al grido sconvolgente di queste persone e particolarmente dei migranti minorenni, Papa Francesco, all’occasione della 103a Giornata mondiale del Migrante et del Rifugiato, invita la comunità cristiana e la società civile a rispondere in modo corresponsabile alle sfide del dramma di milioni di bambini e ragazzi in fuga da guerre, violenze, povertà e calamità.
Si tratta di un invito importante e quindi profetico, un invito a darsi da fare nella periferia dove si trovano questi minori migranti che purtroppo vedono scomparire i loro diritti di essere bambini, perché senza voce ed esposti ad ogni tipo di sfruttamento. Sinceramente, bisogna dirlo, di fronte a questa crisi non basta solo preoccuparsi. E poi a questa periferia non si va per guardare e fare grandi discorsi relativi all’individualizzazione delle miserie e calamità di questi nostri fratellini e sorelline; ci si deve andare per trasformare e quindi umanizzare la loro situazione.
Non si va alla periferia per contemplare la miseria di chi vi si trova. Vedere la miseria disarmante che circonda i migranti, le loro sofferenze psicosomatiche, la solitudine dei migranti minorenni abbandonati, sfruttati, vulnerabilizzati senza riuscire a capirli né trasformare la loro situazione, deve richiamare sempre più l’attenzione degli organismi ed istituzioni impegnati nel servizio ai migranti, per cercare di esplorare nuovi meccanismi ed elementi di risposte legati alla radice di questa problematica crescente.
È necessario aprire gli occhi e la mente per guardare bene la situazione di questi bambini, capire e riconoscere nella loro situazione il volto sofferente del Cristo Migrante: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9, 37). La presenza del Cristo Migrante nel volto sofferente di questi fanciulli esige eticamente una nostra risposta solidale. Si tratta di una presenza evocativa e convocativa. Evoca la sete di giustizia di queste persone costrette ad abbandonare la loro terra e ci convoca a occuparcene. Il nostro Amico Gesù non ci parla al di fuori della nostra realtà esistenziale umana. Si fa presente in modo concreto nella nostra apertura all’altro, il fratello, la sorella migrante, per rendere parlante l’accoglienza: quale riconoscimento fraterno dell’altro fatto incontro.
Così si può capire che l’accoglienza, nel contesto dei minori migranti, non deve essere una questione dal punto di vista socio-politico esclusivamente interessata, bensì un elemento caratteristico del nostro essere umano, relazionale, sociale e corresponsabile che promuove il benessere dell’altro: cioè mette in evidenza la tutela di questi fanciulli, garantisce a loro protezione e difesa, incoraggia concretamente il rispetto dei loro diritti-doveri e porta pertanto progressivamente alla loro integrazione nella società. I minori migranti hanno sete di quest’accoglienza intersoggettiva, umanizzante per rinascere, crescere e realizzarsi come persone, soggetti di crescita umana e non oggetti di sfruttamento.
