
John-Anderson VIBERT
(Articolo pubblicato sul periodico della Missione Cattolica Italiana di Ginevra: “PRESENZA ITALIANA” Anno XLI. No 2 Marzo-Aprile 2018)
Il dilemma “guerra o pace” questiona e caratterizza sempre più i rapporti tra gli uomini e i popoli nella postmodernità. Le notizie e le analisi socio-politiche attuali ci dipingono purtroppo un mondo diviso, in crisi, orientato da criteri e principi che non sono ancora in grado di ravvicinare gli uomini dal punto di vista economico, sociale e politico, rendendoli consapevoli della loro interdipendenza e della loro complementarietà.
L’egoismo, cioè il forte desiderio di avere cose, potere, autorità piuttosto che essere una persona coerente e corresponsabile nei confronti degli altri porta l’uomo odierno a crearsi nemici e quindi alla guerra. Senza volere fare un’analisi esaustiva dei conflitti attuali nel mondo, basta guardare le conseguenze dei conflitti armati scoppiati negli ultimi 9 anni principalmente in Africa, in Medio Oriente, in Europa e Asia per capire subito che il nostro “habitat” è ammalato, sta respirando l’aria della guerra, perché infettato da un virus mortale che lo sta distruggendo progressivamente: l’egoismo politico e sociale!
La sete egoistica di avere e di potere si attenua percorrendo quasi sempre il cammino della guerra. Invece la sete di essere felice e corresponsabile nella società si sazia percorrendo il cammino della pace. Adesso non basta proporre questo cammino come soluzione ai determinati conflitti armati scoppiati nel mondo. Di fatto tantissimi governi, organismi internazionali e la Comunità Internazionale sono impegnati con ottimismo in questo compito sfidante. Ma se vogliono avere risultati palpabili nella loro missione di pace, va individuata e considerata dal punto di vista socio-politico la sete degli antagonisti al fine di purificarla e poi saziarla contestualmente. È una impresa ben complessa nell’attuale congiuntura geopolitica, che richiede il riconoscimento consapevole della pace non come una forza interessata da imporre, bensì una forza umanizzante da cercare e garantire insieme. Per cui dovrebbe essere chiaro per tutti, governi e governanti, capi di stati e di comunità che la pace non s’impone e quando s’impone si snatura diventando guerra e di conseguenza laboratorio di morti, feriti, sfollati e rifugiati.
San Giovanni Paolo II nella celebrazione della XV Giornata Mondiale della Pace, ricordava 36 anni fa, che essa è un dono di Dio affidato agli uomini. Per cui l’assenza della pace oggi in diverse parti del mondo è l’espressione dell’irresponsabilità dell’uomo nello svolgimento del suo dovere personale, comunitario e/o socio-politico. Occorre più che mai creare e attivare una coscienza sociale pratica della grande sete di pace di cui soffrono le nazioni in conflitti. La pace, questo dono prezioso, come dice sant’Agostino, « è tra i beni passeggeri della terra il più dolce di cui si possa parlare, il più desiderabile che si possa bramare, il migliore che si possa trovare » («De Civitate Dei» I, XIX, c. 11).
Basta la guerra tra i popoli! Impegniamoci a fare del dono della pace la sorgente dei ponti tra i popoli, tutelando i diritti umani fondamentali inerenti a ciascuna persona. Allo stesso tempo, le attuali strategie socio-politiche orientate all’instaurazione della pace nei paesi in guerra, non dovrebbero essere esclusivamente politico-tecniche. Esse dovrebbero essere dotate anche di un’etica pratica al fine di evitare, in modo corresponsabile e solidale, di trasformare un’assistenza o un intervento in una causa in più delle migrazioni forzate (Push factors). La lingua della pace è da imparare per creare e rafforzare i ponti tra i popoli piuttosto che distruggerli.
- Guarire le ferite della guerra con la ricerca della pace: il necessario bisogno della pace per guarire le ferite della guerra
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- Le danger de la vérité subjective dans un monde en conflit
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