Quando l’atteggiamento del buon samaritano incarna una nuova umanità e abbatte pregiudizi nei confronti dello straniero

John-Anderson VIBERT

(Articolo pubblicato sul periodico della Missione Cattolica Italiana di Ginevra: “PRESENZA ITALIANA” Anno XLI. N4 Luglio-Agosto 2018)

La Parabola del buon samaritano è l’espressione perfetta dell’umanità nuova voluta, incarnata e proclamata da Gesù nel nostro mondo. Un insegnamento nuovo che trascende le limitazioni delle culture e religioni. Uno spirito premuroso e di servizio che supera le barriere tra culture e razze. Una buona pratica umana e umanizzante, mirata a guarire le ferite causate dal virus mortale dell’egoismo sociale e politico, iniettato disgraziatamente dagli uomini irresponsabili nella “società del terzo millennio”[1].

Una persona sofferente, vulnerabilizzata, indifesa, ignorata per motivi socio-religiosi da un sacerdote e un levita, ma soccorsa, aiutata e curata invece da un samaritano, considerato allora come uno straniero, pagano e impuro (cfr. Lc 10, 25-37), evoca una verità fondamentale: il potere del dovere essere dell’uomo. Ecco, l’uomo deve essere veramente umano per pensare, decidere e agire bene nei confronti degli altri, particolarmente le persone più vulnerabili e bisognose. Sì, bisogna essere buoni con la gente, premurosi in modo disinteressato per gli altri, indipendentemente da ogni sistema individualistico ed egoistico. Riconosciamo purtroppo che questa buona pratica non è in atto nelle nostre comunità. La crescita sempre più evidente della cultura dell’indifferenza lo conferma. Ma, strada facendo, si capirà che il nostro dovere essere si rende parlante, attraverso scelte, decisioni, atteggiamenti e comportamenti umanamente corretti, coerenti e corresponsabili. Nonostante tutto, lo spirito del buon samaritano non è morto nel nostro mondo materialista, consumista e frammentato.  È vivo nella vita di tante persone di cuore come Mamoudou Gassama. Il cittadino maliano, immigrato, considerato sans-papier in Francia, che si rivela come un giovane premuroso, coraggioso e amabile salvando un bambino che era sospeso nel vuoto, appeso al balcone del quarto piano di un palazzo, nel XVIII arrondissement di Parigi. “Non ho pensato a nulla, ho pensato a salvarlo e grazie a Dio l’ho salvato”. Ecco quindi le parole pronunciate, con umiltà, dal bravissimo 22enne, diventato ormai eroe in Francia e sopranominato addirittura da diversi media il clandestino-eroe, il migrante-Spiderman, grazie all’abilità con la quale ha scalato la facciata del palazzo[2].

Non si deve mai dare per scontata nessuna azione che rispecchia l’atteggiamento del buon samaritano. Perché, da una parte, esprime chiaramente il comportamento dell’uomo nuovo, che preferisce l’amore all’egoismo (il bene al male, la luce alle tenebre, la pace alla guerra) e, dall’altra, può diventare prototipo di un insieme di azioni pratiche, mirate a cambiare qualcosa nelle nostre comunità rispettive.  

Per accogliere con umiltà lo spirito di compassione, di generosità e di servizio del buon samaritano, bisogna anche fare nostra l’idea che non ci sono comunità perfette. Essendo strutturalmente e funzionalmente dinamiche, perché composte da persone con aspirazioni variegate, le nostre comunità sono luogo di crescita in cui siamo tutti chiamati ad assumere le nostre responsabilità, esercitare e verificare liberamente la nostra umanità nel quadro del bene. Per cui, una società dove ci sono ancora bambini non accompagnati, donne e mamme abbandonate, anziani dimenticati, ammalati non curati, rifugiati non accolti e migranti non integrati, ha fame e sete dello spirito del buon samaritano, per sfruttare tutte le possibilità di una trasformazione duratura.

Un giorno, conoscerà la nostra società tale trasformazione? La logica del servire prevarrà su quella dell’essere serviti? La voce dell’amore sarà ascoltata più di quella dell’egoismo? Le persone escluse, per diversi motivi, verranno riconosciute, accolte, protette, promosse e integrate nelle nostre comunità? Quando l’altro sarà riconosciuto e trattato come un fratello e non come un indesiderato[3]? Queste domande colpiscono, senz’altro, il cuore e l’anima stessa dell’andamento della nostra società, e ci mettono, allo stesso tempo, di fronte a un lungo cammino da individuare e percorrere insieme. Se vogliamo un futuro prospero per il nostro mondo, dove l’altro può esistere e vivere dignitosamente, bisogna percorrere lo stesso cammino del buon samaritano, quello del bene e della fraternità, senza perdersi però nel questionare demagogicamente la provenienza di chi è diverso, bensì chiedersi come camminare insieme, per creare una società più umana, giusta, solidale e bella. Questo cammino, se percorso bene, ci farà senz’altro raggiungere e toccare il cuore della nostra coesistenza e del nostro vivere insieme, cioè la nostra comune umanità, il nostro terreno fertile per crescere e diventare più bravi, coerenti e buoni gli uni verso gli altri. Un terreno da sfruttare però, cioè da coltivare bene per trasformare i muri che ci dividono oggi in ponti relativi alla costruzione di una società ben integrata, né razzista, né xenofoba[4].


[1] “Cioè persone e strutture organizzate diversamente, costituite da sistemi religiosi, politici, culturali ed economici diversi tra loro”. G. Rizzi, «Il dono della pace e della giustizia: il contributo del cristianesimo», in E. Scognamiglio – A. Trevisiol (a cura di), Nel convivio delle differenze. Il dialogo nelle società del terzo millennio, Urbaniana University Press, Città del Vaticano, 2007, 151.

[2] Cfr. AVVENIRE.it. Parigi. Diventerà cittadino francese: aveva salvato un bimbo sospeso al quarto piano https://www.avvenire.it/mondo/pagine/parigi-salva-bimbo-sospeso-al-quarto-piano. Cfr. LA STAMPA. Salva il bambino sospeso nel vuoto: Macron gli dà la cittadinanza. http://www.lastampa.it/2018/05/28/esteri/salva-il-bambino-sospeso-nel-vuoto-macron-gli-d-la-cittadinanza-uQTV11HTMxUtTFmuqzG8EJ/pagina.html

 [3] Cfr. G. Grampa, «L’altro è mio fratello», in Orientamenti, 1-2 (1991), 95-106. Cfr. A. Negrini, «Religione, mutamenti epocali e sfide dell’intercultura», in People on the Move 88-89 (2002), 229.

[4] Cfr. G. Parolin, «Quale missione con i migranti?», in Studi Emigrazione, XLVII, 178 (2010), 396.


Note : 1 sur 5.

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